Paolo Scirpa english

L’utopia praticabile
Di Giovanni Bonanno

L’arte, da sempre, vive la dimensione conoscitiva di diverse ricerche e scoperte che vengono “filtrate” dall’artista, confrontate e sublimate in una cosa che chiamiamo “creatività”. L’artista  è essenzialmente un produttore di immagini che vengono fuori dalle nuove scoperte della fisica e di tutte le scienze in genere; deve per forza leggere in profondità, dentro una complessità  del sistema socio-culturale.  La produzione creativa, pertanto,  risente di questi  fattori a tal punto che  n’è altamente condizionata,  per cui,  produrre  al di fuori di queste coordinate non ha  alcun senso.
Sono sempre più convinto che l’artista  di oggi  ha bisogno di indagini sempre più di tipo sociologico e scientifico se vuole  approdare a rilevamenti di una certa consistenza e sostanza culturale. Questo modo di procedere  è stato compreso da subito da Paolo Scirpa. Tra il Settanta e gli anni Ottanta, il  lavoro dell’artista siciliano si collocava già  in linea con diverse ricerche e tendenze contemporanee internazionali e la  sua posizione risultava   autonoma e singolare rispetto alle proposte formulate in Italia da diversi  personaggi dell’arte che si sono avventurati verso ipotesi altamente condizionate dal mercato,  dal facile e  provvisorio  riscontro  del momento a fini  meramente  speculativi.
 
Oggi, come allora,  si continua a propugnare siffatto pretesto per lanciare movimenti e gruppi  a volte del tutto monotoni e omologati  con la velleità di  far conoscere giovani  artisti che anche per una sola stagione di futile successo  vengono sacrificati prima di essere definitivamente “oscurati” dal tempo e dalla storia,  come  è  il caso   del  giovane e  “ingenuo”   Ivan Navarro  (Cile 1972), che ha ripetuto  esattamente la ricerca sulla luce  svolta in tanti anni  da P. Scirpa, con la presunzione di farla  passare per sua e presentandola  in un grosso contenitore culturale come quello della 53° Biennale di Venezia del 2009 (padiglione cileno), ben sapendo che tali proposte creative erano già state formulate  e documentate da Scirpa oltre trent’anni prima. Infatti, l’artista cileno in questa occasione ha esposto opere chiaramente “identiche”  alle opere di Scirpa, ripetendo quanto formulato dall’artista siciliano nei primissimi  anni 70 con i suoi originali Ludoscopi e adottando la stessa forma estetica in una similitudine di intenti che ha fatto pensare persino  ad un “omaggio” all’artista italiano, piuttosto che di una nuova e seria proposta poetica.

Ci sembra, a questo punto, doveroso e  necessario analizzare tutto  il lavoro  svolto fino a oggi dall’artista siculo-lombardo  allo scopo di mettere in chiaro  la portata innovativa della sua ricerca.
Nato a Siracusa nel 1934, vissuto i primi anni nella sua amata città, e poi, nel 68, anno del terremoto nel Belice ma anche momento di presa di coscienza e di critica operata dai giovani, decide di colpo di trasferirsi a Milano. I suoi primi lavori nascono nel 1964 con una visione chiaramente aniconica di tipo lirico. Da subito si distingue  per qualità e originalità; penso alle litografie a un solo colore del 66.  Partito da un  iniziale interesse futurista e dada, si ritrova negli anni Sessanta ad  approfondire le ricerche più significative di quel periodo; dai  “primitivi” concetti spaziali di Fontana alle ricerche percettive di Albers e da qui al Cinetismo. E’ durante gli anni  Settanta che Paolo Scirpa mette a fuoco una sua personale ricerca poetica che ormai  da diversi decenni porta avanti in modo lucido e coerente. Tra il 70  e il 72 nascono una serie di lavori, le composizioni percettive bidimensionali caratterizzate da un rigoroso geometrismo e contemporaneamente le simulazioni modulari sul consumismo,  utilizzando semplici involucri  vuoti di  confezioni commerciali,  incentrate nell’accumulo oggettuale al fine di  evidenziare la condizione dell’impotenza dell’uomo contemporaneo di oggi. Da un lato, quindi,  la ricerca scientifica e percettiva e dall’altro la nuova poetica del Nouveau Réalisme di Pierre Restany  e l’ironia di stampo Dada. Il lavoro di Scirpa risulta alquanto complesso, ecco perché è stato considerato  in ritardo e frainteso  come semplice continuazione di  un linguaggio meramente  percettivo e ottico avviato negli anni 60.

Ogni qualvolta osservo un  lavoro “anaspaziale” di Scirpa i miei pensieri vanno   subito a Friedrich Dürrenmatt  che ha riflettuto a lungo sul significato più vero e autentico di ciò che siamo, sulla  condizione umana, sull’assenza e  la morte. Secondo   il letterato svizzero,  l’uomo contemporaneo  è prigioniero del proprio esistere; ormai  non è più in grado di fare dei progetti a lunga scadenza, vive la sofferta e triste condizione del labirinto. Il labirinto è essenzialmente una condizione  esistenziale dove la perdita e il nulla coesistono tragicamente, con un uomo scisso  e depresso che vaga fino a perdersi. Tutta  la nostra cultura è una specie di immenso edificio che si oppone al vuoto, alla morte e al nulla. Qualcuno potrà chiedersi perché il  riferimento a  tali concetti; semplicemente  perché la ricerca di Scirpa, apparentemente solo  percettiva,  incarna motivazioni  di ordine etico e soprattutto  spirituale.

Ma che cos’è il vuoto, lo spazio, il nulla, l’infinito?
In arte il nulla è complementare del visibile, del pieno; sono due entità che per svelarsi hanno bisogno di integrarsi reciprocamente, di  identificarsi e completarsi l’uno nell’altro. Se, però, viene meno uno di questi elementi non ci può essere rivelazione. Quindi, per conoscere il visibile c’è bisogno di comprendere l’invisibile, l’ignoto, l’infinito, così come per conoscere qualsiasi forma c’è bisogno dello spazio. Per noi europei, “la presenza della cosa” esiste solo come forma autonoma, assoluta che esclude un  rapporto diretto con lo spazio, mentre per la cultura orientale e la filosofia Zen ogni elemento per “significare” deve integrarsi compiutamente con il suo doppio. Insomma, lo spazio ha la stessa valenza e importanza della forma, una sorta di tridimensionalità tutta interna, un volume in negativo; in fondo, l’utilità di un vaso non sta nella sua forma esteriore, ma nello spazio che noi chiamiamo vuoto, un vuoto che può contenere una forma e quindi, tradursi in un pieno.
Solo nel vuoto, può esserci un’altra forma capace di incantarci e farci riflettere.

Le opere dell’artista siciliano non evidenziano il vuoto come “assenza” ma come presenza insostanziale  non ancora definita  e  provvisoriamente visibile in un’altra dimensione, ovvero  quella dello spazio-luce. E’ la visione immateriale di essenze tangibili, di presenze ormai dissolte e rese ormai  incorporee. Nell’anno 1972, dopo aver trasferito il suo interesse dalla composizione  visiva bidimensionale a quella  più tridimensionale, crea  rispettivamente, la grande “Megalopoli consumista” e anche una serie di opere che l’artista ha chiamato “Ludoscopi”, nati dall’utilizzo di contenitori  dalla forma primaria, dall’uso di luce al neon e  di  specchi che trasformano e alterano la forma geometrica  moltiplicando  a dismisura  la funzionalità in un sintetico evento   spazio-luce. Praticamente  si devono intendere come eventi transitori del “non  luogo”. In queste opere, l’artista siciliano sa come liberarci  dal peso del nostro  inutile corpo  e proiettarci nell’infinito più oscuro, in un flusso in movimento continuo di materia  impalpabile. E’ come se guardando questi raffinati contenitori dal Design  assai accattivante e giocoso, di colpo, il nostro essere  venisse   ingoiato nel profondo buio del buco nero dell’infinito, risucchiato  non solo a livello percettivo, ma anche interiore, della coscienza.

Chi guarda queste “macchine ludiche”, si illude di  fare un viaggio virtuale e di trovare uno sconfinamento spaziale o una via d’uscita certa. In realtà viene assorbito letteralmente senza alcuna possibilità di trovare un riscatto, una fuga prospettica  di un possibile  approdo. Il fruitore in tale situazione, si ritrova provvisoriamente dentro un  flusso caotico, in un viaggio dove la durata  e la successione degli eventi non hanno  più senso e sviluppo logico. Viviamo così,  la condizione sospesa di un tempo alterato e fatto a pezzi, provvisorio e indefinito o meglio ancora “infinito”.  Anche in queste opere la percezione ottica non è fine a se stessa. Si potrebbe dire, “che il gioco dell’illusione non vale la candela”, proprio così, si cerca in tutti i modi di invogliare chi guarda a intraprendere un possibile viaggio ludico; ecco perché li chiama Ludoscopi, per poi ritrovarsi, alla fine, solo nel desolato, inconsistente e illogico flusso infinito. La motivazione  sono prettamente morali, di sicuro ci vuol fare  riflettere da una serie di condizionamenti che noi subiamo, affinché ci sia una presa di coscienza del nostro precario esistere; almeno un ultimo riscatto  per un possibile risveglio da una condizione anestetizzata e di profonda apatia.

Nel panorama dell’arte contemporanea degli anni 80 l’artista siciliano è ancora  una figura insolita rispetto alle proposte collettive e uniformate. Scirpa, sia per carattere che per convinzioni  personali, in quegli anni continua  a proseguire nel suo personale viaggio approntando nuovi sviluppi della sua  ricercata poetica visiva; il rigore e la costanza sono stati sempre i fattori primari che hanno determinato importanti scelte  successive di lavoro di questo interessante artista. In più di 40 anni di ricerca, l’artista siciliano non si è mai  limitato a proporci una sua visione monotona, anzi, ha indagato ad ampio raggio le diverse possibilità del fare con soluzioni decisamente assai concilianti e sorprendenti. Mi riferisco all’uso di diverse tecniche come l’incisione, la pittura geometrica  di impronta ottica, la pittura al fosforo giocata  sul doppio modo di percepirla,  fino ai progetti utopistici nel territorio. Infatti, dopo i “Ludoscopi”, negli anni Ottanta inizia a realizzare anche una serie di progetti d’intervento nel territorio utilizzando il fotomontaggio con inserimenti di elementi artificiali nel tessuto consueto del reale.

Ipotesi chiara, questa, di una ricerca “d'impronta utopistica” in cui il reale viene metaforicamente violato da segnali, interferenze e presenze al neon  “dis-equilibranti”. Anche in queste  nuove  opere,  come i “Ludoscopi”, l’elemento visivo “destabilizzante”, proposto ora in una dimensione più amplificata, altera il normale rapporto costitutivo; nasce la sorpresa, la meraviglia, lo stupore.  In definitiva, non sono altro che “interferenze eversive” per costringerci a riflettere, elementi provvisori che tentano di  “destabilizzare” un ordine consueto e accettato per normale. In tal senso, questi accadimenti ripropongono l’esigenza di una presa di coscienza; ancora una volta l’osservatore è costretto a darsi una motivazione logica. In tutte le sue proposte di lavoro, l’artista ha immesso, sempre, questi suggerimenti di riflessione critica e  di volontà morale, suggerendoci, altresì, la via più congeniale da ricercare e da percorrere senza subirla totalmente.

Con i “Progetti d’intervento nel territorio” vi è la lucida esigenza di analizzare in una nuova chiave d’indagine la propria  e personale visione poetica utilizzando un diverso rapporto e un’altra scala dimensionale  a verifica della fattibilità della cosa proposta. Tutto il lavoro di Scirpa può ascriversi nell’ambito di un progetto più ampio che potremmo chiamare “dell’utopia praticabile”, di quell’area d’indagine  “impossibile” ai confini delle soglie disciplinari, in una sorta di fertile e felice contaminazione poetica incentrata sul dato progettuale e utopistico avviato sorprendentemente a Como da artisti di grande interesse come il grande futurista Antonio Sant’Elia, Francesco Somaini e Ico Parisi, che hanno indagato in diverso modo questa pratica ancora del tutto attuale e contemporanea.

Unico appunto che sentiamo di fare ad una certa critica militante è quello di aver sottaciuto  su un’altra questione di lavoro contemporanea e parallela ai progetti d’intervento; mi riferisco all’utilizzo  per lungo tempo della Mail Art, che inizia almeno dal 1983 fino a tutto il 2007, che ha visto Scirpa presente ad una lunga serie di mostre internazionali, (tutto ciò è verificabile consultando i dati della monografia di M. Meneguzzo, Ed.  Mazzotta), proponendo i suoi Ludoscopi e i  fotomontaggi. La Mail Art è essenzialmente libertà  creativa e  invenzione allo stato puro, senza alcun condizionamento, senza nessuna costrizione. La Mail Art è anche  contaminazione di idee, confronto e condivisione di nuove proposte, ma soprattutto grande e indefinito  laboratorio  sperimentale  e concettuale di ricerca planetaria. Per Scirpa, questa pratica della Mail Art è stata necessaria per  sperimentare particolari modalità della sua originale ricerca; c'è il momento della libera sperimentazione delle tematiche affrontate a confronto con altre realtà del pianeta (Il laboratorio globale del Network) e  anche il momento della messa in atto d'interventi sperimentati e sperimentabili di ricerca personale nel circuito dell’arte cosiddetta ufficiale.
Ancora oggi, si ha il  pregiudizio  a considerare gli interventi nell’ambito della Mail Art come pratica del tutto secondaria o inutile, mentre  noi,  crediamo  che  per comprendere la portata reale e completa di questo artista,  anche tale aspetto del suo lavoro ha bisogno di  essere indagato e analizzato ampiamente.

Non so se Scirpa a distanza di diversi decenni di ricerca si considera più un pittore, o uno scultore, oppure semplicemente un artista Cromoplastico o  Videocromoplastico, come lo intendeva l’amico Carlo Belloli, tuttavia, dobbiamo notare che con le ultime opere - mi riferisco  ad esempio all’opera “Teatro è il suo doppio” del 2009, dopo l’incessante verifica a larga scala con i progetti d’intervento e l’attività planetaria svolta nell’ambito della Mail Art - crediamo abbia anche il desiderio a  sviluppare le sue utopie praticabili  non soltanto in una dimensione virtuale e metaforica,  ma anche  più  naturale, come interventi reali nel paesaggio. Chissà se le istituzioni o qualche attento e intelligente committente vorrà concedere  la possibilità a Scirpa di realizzare alcune opere di grande dimensione  nel territorio. Questo, potrebbe essere il modo più adeguato per “riappacificarsi” totalmente con il lavoro di questo nostro interessante artista italiano e soprattutto con la storia dell’arte contemporanea internazionale.
Salerno, 16 luglio 2010

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