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Paolo Scirpa e la monumentalità plastica della luce
Di Andrea Del Guercio

La conoscenza che ho dell’opera di Paolo Scirpa si caratterizza particolarmente per il ciclo dei “pozzi luminosi”, raccolti con sottoindicazioni nel titolo-definizione di “Ludoscopio”; il percorso verso lo sprofondamento del piano e quindi di un  processo di disorientamento emblematico delle certezze spaziali sono fattori estetici ricavabili lungo l’intero percorso espressivo di Scirpa e nitidamente documentati dal catalogo antologico 1966/86 edito dalla Galleria Civica di Gallarate e confermati nel decennio successivo dalla monografia del ’96 realizzata per l’esposizione alla Galleria San Fedele di Milano.
Il più recente lavoro titolato “Labirinto cubico” introduce, pur tra segnali di anticipazione riscontrabili all’interno del sistema espressivo, una sintomatica svolta verso situazioni e configurazioni plastico-costruttive; alle radici di questa svolta si colloca un diverso sistema di percezione attraverso il quale Scirpa giunge ad una nuova azione espressiva dell’opera d’arte.
All’azione “concava” di tutto un percorso percettivo, al dilatare “magico” dello spazio, al movimento della luce verso le profondità dell’ “antimateria” , si contrappone oggi una realtà “convessa” , un’azione fisica estroflessa ancora attraverso la luce, un dato la cui incidenza tangibile si impone con forza nella definizione di un nuovo spazio. La concretezza plastica del “labirinto cubico”, presentato nella soluzione di modello, ma con chiaro riferimento alla possibilità di una sua realizzazione nelle dimensioni della funzione diretta dell’uomo, se per un verso si pone in rapporto di continuità con i “Progetti d’intervento” destinati a siti storico-urbani, dalla Galleria Vittorio Emanuele a Milano a Piazza San Marco a Venezia, quindi sul piano comune della ricerca estetica e delle funzioni pubbliche, da questi si distacca significativamente attraverso la definizione oggettiva dell’opera come auto-architettura, quale tracciato di un  sito agibile in se stesso, forte del proprio valore estetico.
Le intenzioni espressive del “Labirinto cubico” rivelano l’orientamento di Scirpa verso una neo-monumentalità plastica al cui interno si riversa il patrimonio di esperienze dell’intera sua ricerca trentennale; pervenendo alla scultura come “architettura del luogo”; è ancora attraverso l’incidenza della luce che Scirpa produce sperimentalmente un’avvolgente massa plastica-visiva, dove nel sistema formale di un  cubo si articola un  tracciato, che da diverso punto di osservazione si propone ora rigoroso ora labirintico.
Di fronte a questi dati espressivi assume una particolare importanza la qualità dell’azione di documentazione fotografica condotta da Giovanni Ricci e Annalisa Guidetti; intendo doveroso sottolineare che il presente catalogo è il frutto tangibile di una rigorosa sintonia tra la scultura di Scirpa e la lettura per immagini di Ricci, si tratta cioè di un momento culturale aggiunto, al pari di un saggio critico, al quale il lettore può fare direttamente riferimento per aggiungere il suo personale contributo di riflessione; il ciclo di foto non risulta soltanto un atto di semplice documentazione ma è da ritenere una significativa valutazione personale redatta per immagini e di cui condivido il suo muoversi tra spazio ed architettura, fra l’intersecarsi ed il moltiplicarsi dei frammenti nella superficie effimera dello specchio attraverso l’intelligente interpretazione di Ricci cui riportiamo di nuovo all’origine di questa riflessione ed alla storia espressiva di Paolo Scirpa, al suo articolato sperimentalismo tecnologico ed oggi a quella che appare frutto interessante di una svolta linguistica.

Milano, 1999

Labirinto cubico su piano speculare, 1998. Legno dipinto bianco, 49x49x49 cm. Vismara Arte, 2004

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