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Paolo Scirpa: la forma dell’immateriale
Di Daniela Palazzoli

Tante volte mi son chiesta che cosa resterà ai posteri di questa nostra epoca di tecnologie immateriali. Penso ad esempio alle strutture di Fuller, ai gonfiabili, a tante architetture, ambienti e sculture, in cui la luce artificiale è elemento costitutivo e formativo. Penso al cinema e alla televisione, apparizioni più che immagini, che ci abituano ad un’esperienza estetica priva di un corrispettivo fisico, di una forma solida, toccabile, oltre che visibile.
I materiali di Scirpa sono lo specchio e la luce al neon, due immateriali, che egli gioca in squisiti artifici spaziali. Il neon, spento, praticamente non esiste. Il neon, acceso, ha una forma: è un disegno, una linea, ma è anche uno spazio, perché questa linea esce da sé, perché questa linea in quanto luce irradia e invade lo spazio circostante. Anche lo specchio evidentemente è un oggetto ma è soprattutto un depositario e un moltiplicatore di oggetti . Un produttore di immagini.
Nelle sue labirintiche ambientazioni degli ultimi anni, Scirpa gioca con la sua tavolozza per dilatare i suoi spazi e disorientare l’osservatore-visitatore. Il termine astrazione assume, in queste opere, una connotazione speciale. Infatti esse non solo prescindono da ogni rapporto con le forme della natura ma formulano delle strutture “contro natura”, nel senso che ci immergono in uno dei passatempi prediletti dalla mente umana. Quello appunto di prendersi una vacanza dalla realtà. Passeggiare dentro uno dei labirinti di Scirpa significa trovarsi come immersi in un vuoto, un vuoto luminoso, senza sapere valutare le dimensioni esatte di questo spazio, quanto è grande e dove conduce. Questi labirinti sono fatti montando in sequenza delle forme primarie: cerchi, triangoli, quadrati, associate a dei colori primari: il giallo, il rosso, il blu. Il giallo-triangolo, il rosso-quadrato, il blu -cerchio, nella connotazione fredda del neon, sono invenzioni, punti - colore, da inserire nell’ambito delle moderne ricerche di nuove variazioni cromatiche.
Ora Scirpa presenta una nuova serie di opere fotografiche in cui le sue strutture vengono strategicamente inserite in diversi contesti architettonico-monumentali. L’architettura come struttura materiale, fisica, generatrice di spazio, ma anche ostruitrice dello spazio, viene drammaticamente confrontata con l’aerea immaterialità dei suoi campi concentrici. Queste forme fatte di vuoto aprono voragini, scavano gallerie, forano, bucano l’edificato, il costruito, l’ostruente. E così facendo minacciano da vicino la logica costitutiva del monumento, dell’imperituro, del maestoso perché grande, imponente, fisicamente incombente.
Questi progetti fotografici sono dei piccoli monumenti alla non invadenza, hanno un’esistenza operativa e creativa in cui il visibile ha una sua concretezza senza ingombro. Parlando delle opere di Scirpa a Bruno Munari viene in mente una bellissima immagine: “ che forme disegnano dei sassi quadrati cadendo nell’acqua? “. Lievità e ambiguità delle immagini di Scirpa. Esse propongono d’altra parte una contro logica e sono paragonabili al varco attraverso cui passa Alice per entrare nel paese delle meraviglie.
Ora se noi consideriamo questo varco non un elemento di passaggio, ma come condizione permanente dell’esistenza, come un metodo operativo, allora le strutture di Scirpa non sono più dei fori, delle perforazioni. Come procedimento mentale e fisico le paragonerei piuttosto a delle ombre che vivono di una realtà sdoppiata, quella della forma che l’ombra assume e quella dell’oggetto che la genera. Come le ombre cinesi, proiettate sui muri della lanterna magica, la loro esistenza formale e il loro senso vivono anche in un luogo diverso dalla consistenza figurativa che le genera.
I suoi campi concentrici hanno sostenuto le forme primarie digradanti prospetticamente, ma il colore è andato perduto. Le forme sono ora del colore neutrale della luce, così come l’ombra è il colore neutrale del buio.
Questi tunnel prospettici sono dei percorsi, degli itinerari per collegare passato e presente, monumento edificato e monumento immateriale eretto dalla luce. Ma sono anche dei processi mentali che, grazie alla loro evanescenza, si rivolgono direttamente all’immaginazione, più che alla sensazione. Esse dialogano direttamente coi nostri processi mentali e fantastici, e ci invitano ad un  viaggio interiore ben al di là del puro discorso ottico.
Milano, 30 luglio, 1986

Con Daniela Palazzoli, Galleria Quanta, Milano, 1985

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