Paolo Scirpa english

The creative brother "Paolo Scirpa, Artist, Workplace, Milano". Di Adriano Mujelli
14 dicembre 2015

Milano interno giorno. L’atelier in cui ci accoglie Paolo Scirpa è straripante di oggetti, sculture, scatole, involucri, caos riorganizzato in modo responsabile come si addice ad un artista affascinante che ha attraversato gli ultimi 50 anni d’arte contemporanea con sculture assemblate con gli oggetti più disparati, spesso di recupero, insieme ai suoi quadri e a potenti installazioni luminose.
Tutte opere reduci dai più importanti musei e gallerie del mondo con altrettanti aneddoti da raccontare, come si addice a chi ha visto e vissuto molte storie in molti luoghi.

Pozzi luminosi aprono finestre su mondi nuovi e “apparentemente” infiniti, mentre espansioni e traslazioni di neon colorato riempiono lo spazio di ludoteche in cui perdersi e fantasticare.

 

Viviamo in un mondo che sempre più spesso riduce gli spazi e i tempi personali, trasformando l’intimità e la privacy in spettacolo. L’arte in che modo viene influenzata da una società che trasforma e utilizza tutto in merce da consumare voracemente: simboli, valori, idee, miti, icone?

Evidentemente l’arte viene influenzata dalla nostra società. Per esempio l’idea della mia Megalopoli (1972) nasce negli anni della contestazione, gli stessi anni in cui io arrivai a Milano (1968) dove iniziai subito a insegnare a Brera. Fui catapultato in questa città in tumulto: assemblee infinite in accademia che si prolungavano anche di notte. Fui pienamente coinvolto in questo clima febbrile, partecipe alle questioni messe allora in discussione e allo stesso tempo affascinato da questa città, caratterizzata da edifici alti, luci, installazioni. Una città spettacolare e apparentemente bellissima, ma allo stesso tempo mercificata e disumana. 
La città l’avevo già dipinta, ma maturava in me il desiderio di realizzarla in modo tridimensionale.Megalopoli consumistica - interno 
Determinante per questa svolta tridimensionale fu il Nouveau Réalisme che in quegli anni a Milano aveva dato numerosi esempi di installazioni e azioni per la città.
 Così cominciai a raccogliere oggetti, scatole, involucri di oggetti d’uso quotidiano. Li assemblai poi gli uni a fianco agli altri ricostruendo una sorta di megalopoli moderna; alla base, uno specchio rendeva infinita la prospettiva di questa città così consumistica e vuota.
 Partendo dalla contingenza della contestazione, l’opera arriva a trattare un problema morale e universale. Nel 1975 Roberto Sanesi, descrivendo la Megalopoli consumistica parla di «un uso inatteso di materiali pop».
Ho continuato poi questo discorso di denuncia anche nel Grande Tabellone consumistico bifrontale, dal 1992 al 2002, con l’installazione di un grande muro con spiragli luminosi tra un elemento e l’altro, specchianti a pavimento.
Così in un’altra installazione, La Galera del benessere, 1994/1998, ancora una volta denuncio lo sfrenato ed invadente consumismo che permea ogni aspetto del nostro quotidiano: tutto l’universo-mondo è evocato da un globo terracqueo ricoperto, anzi del tutto costituito da citazioni consumistiche esplicite, etichette, confezioni, involucri, marche e loghi di prodotti. La realtà, insomma, è letteralmente fondata sul mercato. L’installazione è marcata dalla presenza di una gabbia carceraria che sostiene e contemporaneamente imprigiona il mondo nella griglia tecnologica delle sue strutture.

 

Marco Meneguzzo scrive dei suoi lavori: «nel cubo ideale e reale delle sue opere cinque pareti di specchio e la sesta aperta, come il boccascena di un teatro». Com’è il suo rapporto con il mondo teatrale?

Il mondo del teatro mi ha sempre interessato. Fin da giovane assistevo affascinato agli spettacoli classici al Teatro Greco di Siracusa.
Nei cerchi concentrici di neon del mio ludoscopio ho ritrovato la forma e la precisione matematico – geometrica della gradinata del Teatro Greco, immaginandola specchiata a completare il cerchio.
Nel Progetto archetipo del Teatro Greco di Siracusa con luci al neon (1998/2003), si può riconoscere la struttura semiconica tronca rovesciata del Teatro Greco di Siracusa che, nelle sequenze dei semicerchi, è ideale per le immagini a profondità fittizie da me elaborate. Essa appare sorprendentemente già pronta per disporre linearmente i tubi fluorescenti sui gradini della cavea stessa per sottolineare un messaggio di pace nella grande spettacolarità monumentale, ludoscopio non fittizio ma vero. Il Teatro che avevo vissuto a Siracusa, è come un imprinting, una cultura trasformata in DNA.
Il Teatro e il suo doppioNel Teatro e il suo doppio (2009), ho avvertito la necessità di utilizzare nuovi materiali, marmo, legno, ma sarebbe auspicabile per me superare l’utopia per realizzare un’opera simile, dove l’idea del ludoscopio rimane integra alla base, un nuovo monumento forse per lo spettacolo di domani, concepito per il teatro al suo interno e contemporaneamente anche all’esterno immaginando rappresentazioni con coreografie di vaste dimensioni. Il ludoscopio può avere anche una funzione didattica ed è stato inserito in scenografie e spettacoli di vario genere, sia televisivi che teatrali: esso è come un teatro-luce in cui la scena è programmata nei minimi particolari e il corpo e la mente vi partecipano attivamente.

 

Quali sono i suoi riferimenti artistico – culturali del passato?

Mi considero un artista autonomo e indipendente all’interno dei circuiti artistici italiani ed ho sempre lavorato in un «operoso isolamento» (cit. Marco Meneguzzo).
Ho iniziato a studiare pittura fin dall’adolescenza in Sicilia. Le mie prime opere pittoriche, vibranti di luce e colore, risentono della radici naturalistiche del luogo d’origine, della Magna Grecia. Pierre Restany dirà in un suo saggio (1986) sul mio lavoro che «il rigore geometrico del discorso di Scirpa s’inserisce nella perfetta continuità del discorso greco, del discorso dei suoi antenati della Magna Grecia». Dopo aver completato gli studi artistici, ho soggiornato negli anni Sessanta in diverse città europee, approfondendo la conoscenza delle avanguardie storiche e frequentando per molti anni le officine grafiche di Salzburg alla Kunstlerhaus ed alla Internationale SommerAkademie fuer Bildende Kunst dove ho conosciuto John Friedlaender nel cui studio ho lavorato a Parigi. È in questo ambiente culturale che incontrai Oscar Kokoschka, che mi evidenziò l’importanza fondamentale dello spazio e della luce nell’opera d’arte.
Negli anni Settanta i miei interessi spaziano dalle ricerche del Nouveau Réalisme di Pierre Restany alla Pop Art. che mi ha sempre infatti affascinato e che ho rielaborato in maniera quasi inconscia e personale.
Il Manifesto Tecnico della Scultura Futurista di Boccioni, che aveva teorizzato la possibilità di impiego della luce elettrica nell’opera d’arte e lo Spazialismo di Fontana mi hanno interessato particolarmente in quegli anni così come le sperimentazioni dell’Arte Ottica e Cinetica e del GRAV a Parigi. Sono entrato in contatto con esponenti del MAC tra cui Bruno Munari o il Gruppo T a Milano. Li conoscevo di persona, mi è anche capitato di esporre con loro, ma non mi sono mai dichiarato un artista ottico-cinetico. Mi sentivo molto più vicino a Fontana. Così come i suoi tagli anche le mie opere si propongono di andare oltre la superficie.
Ai Ludoscopi sono arrivato grazie a un percorso, per questo non posso essere definito semplicemente un cinetico.

 

Da dove nasce l’idea di utilizzare il neon?

Megalopoli Consumistica - 1972 EsternoDopo aver realizzato la Megalopoli consumistica (1972) – grande installazione di 2x2x2 metri in cui attraverso un foro si può vedere una città illuminata fatta di vuoti a perdere, scatole, scatolette – mi è venuto spontaneo sostituire le linee quadrate di questa città che sprofondano in un abisso senza fine con la linearità dei neon.
Ho scelto il neon come mezzo e messaggio allo stesso tempo, usandolo inizialmente nei colori fondamentali, attribuendo un colore ad ogni forma, secondo gli insegnamenti mistico-percettivi di Kandinsky. E infine perché «la luce è tutto. Esprime ideologia, emozione, colore, profondità, stile» (cit. Federico Fellini).

 

Lei è milanese d’adozione. Da siciliano doc, com’è stato l’impatto con Milano e come si è evoluto nel corso degli anni il suo rapporto con la grande città?

Agli inizi degli anni Sessanta, la situazione in Sicilia, anche se considerata di buon livello, non era semplice per me. Il clima che si respirava nell’ambiente sembrava che non permettesse di veder oltre, per cui diventò necessario tenere contatti con ambienti e artisti di altre estrazioni culturali che mi portarono alla decisione di trasferirmi a Milano, città più adatta per dei contatti soprattutto europei. Oggi considero questa scelta importante e positiva, nonostante le difficoltà incontrate. Rispetto ai turbolenti anni Settanta, oggi il clima mi sembra alquanto diverso. Tutto è tornato ad una serenità apparente, dove lo spirito libero e laborioso nel suo silenzio non trova facile inserimento e gli spazi culturali sono strutturati, a me sembra, in aree di potere e di mercato.
Milano è ancora comunque una città culturalmente vivace e le idee delle nuove generazioni con mezzi straordinari mi sembrano spesso vivaci e sorprendenti.

 

Qual è il miglior augurio che potrebbe fare alle sue opere?

Per esperienze già fatte, auspicherei che esse potessero essere inserite in altri spazi pubblici per una fruizione più ampia e perché ho constatato che al di fuori dei luoghi deputati (gallerie, musei, ambienti d’arte, collezioni) esse vengono spontaneamente fruite per il loro fascino da una larga fascia di gente comune e soprattutto dai bambini.
Essi dovrebbero dialettizzarsi con uno spazio più ampio e caratterizzato poiché darebbero un respiro più profondo all’ambiente preesistente e al mondo il suo nuovo senso con una nuova architettura concettuale. Ho progettato con tecniche di fotomontaggio degli interventi di trasformazione e rivitalizzazione percettiva e spaziale di ambienti di pregio storico, di monumenti rappresentativi delle nostre città, sollecitando con essi un rapporto nuovo, fantasioso, ludico e creativo.

Le mie strutture linguistiche quadrate, rettangolari, spiraloidi, circolari s’inseriscono perfettamente nel discorso strutturale: sono come dei percorsi per collegare passato e presente, monumento edificato e monumento immateriale eretto dalla luce. Il monumento, l’architettura acquistano così un respiro profondo, un elemento dinamico, una nuova visione.

 

Una costante nelle sue opere è l’utilizzo di luci al neon. Pensa che in futuro potrebbe utilizzare il led come alternativa?

Sono sempre affascinato dalla possibilità di piegare il tubo-luce a forme inconsuete e varie e dalla nettezza e linearità della luce al neon.
I led, intendendo quelli puntiformi, straordinari per la loro brillantezza, rimangono estranei finora al mio linguaggio strutturale di segno-luce, ma non è escluso che possa diventare un altro mio mezzo espressivo.

 

Guardando le sue opere si ha la sensazione di guardare “oltre”. Ha mai pensato che i suoi pozzi siano anche una finestra su altre dimensioni?

Penso che il ludoscopio possa essere motivo di riflessione e di ricerca della propria identità. Il labirinto è per eccellenza l’emblema universale della ricerca dell’infinito.
L’idea dell’infinito mi ha fatto infatti sempre riflettere ed è stato il movente del mio operare. Quindi le profondità fittizie dei ludoscopi diventano mezzo e messaggio nello stesso tempo, come tentativo di rincorrere una bellezza ideale e l’infinito che è dentro di noi.

I “Ludoscopi” hanno un effetto destabilizzante, scuotono una stabilità apparente, un invito a riflettere su una condizione che attanaglia l’uomo attuale.

I vortici di luce, benché racchiusi in spazi apparentemente limitati, indicano un viaggio oltre il limite, verso una dimensione universale ancora da esplorare. Vorrei esprimere il bisogno di trascendenza nell’uomo, di un viaggio nuovo, un viaggio in cui il tangibile diviene intangibile e l’essenza prende il posto della consistenza.

 

Le opere del Maestro Scirpa sono in esposizione da venerdì 11 Dicembre 2015 a Verona presso lo Studio d’Arte Arena.

 

http://www.thecreativebrothers.com/paolo-scirpa/

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"La luce nel pozzo" (Marco Meneguzzo)

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